Ramadan Mubarak

Le scuole, primo laboratorio di convivenza

Il periodo di Ramadan è, per molti studenti e famiglie, un momento significativo. Ma al di là del calendario religioso, ciò che mi colpisce ogni anno è il valore civile e culturale che questo tempo porta con sé dentro le nostre scuole.

Le aule oggi sono lo specchio più fedele della società che stiamo costruendo. Lingue diverse, tradizioni differenti, storie familiari che arrivano da continenti lontani siedono fianco a fianco. Non è un’eccezione: è la normalità del nostro tempo. E proprio per questo la scuola diventa il primo, vero laboratorio di convivenza.

Quando uno studente vive il Ramadan e i suoi compagni no, non siamo di fronte a una distanza, ma a un’occasione. Un’occasione per fare domande, per spiegare, per ascoltare. L’educazione interculturale non è una materia aggiuntiva: è un atteggiamento quotidiano. È la capacità di creare uno spazio in cui ciascuno si senta riconosciuto senza essere etichettato.

La multiculturalità non è una parola da convegno. È la realtà concreta di una classe che discute, collabora, litiga e poi trova un equilibrio. È l’esperienza di chi impara che l’identità non si difende chiudendosi, ma rafforzandosi nel dialogo. È la scoperta che il rispetto non è tolleranza passiva, ma curiosità attiva.

Ogni studente che porta in classe la propria storia arricchisce tutti. Ogni festa, ogni tradizione, ogni racconto diventa patrimonio comune. Questo non significa annullare le differenze, ma trasformarle in conoscenza condivisa.

In un tempo segnato da tensioni e polarizzazioni, la scuola può e deve essere un presidio di civiltà. Non un luogo neutro, ma uno spazio che educa alla responsabilità reciproca. Dove si impara che le differenze non sono una minaccia all’unità, ma la sua condizione.

La vera sfida non è eliminare le diversità, ma costruire regole comuni che permettano a tutti di sentirsi parte dello stesso progetto. Una scuola inclusiva non abbassa gli standard: li alza, perché chiede a ciascuno di esercitare empatia, senso critico, maturità.

Il primo venerdì di Ramadan, dunque, diventa simbolo di qualcosa di più grande: la consapevolezza che una società multiculturale non si improvvisa, si educa. E si educa ogni giorno, tra i banchi, nelle parole scambiate, nei gesti di rispetto, nelle spiegazioni date senza pregiudizio.

Se vogliamo cittadini capaci di vivere in un mondo complesso, dobbiamo offrire loro spazi in cui sperimentare la complessità come ricchezza. Le scuole sono questo spazio. Sono il luogo dove il futuro impara a stare insieme.

Ed è lì che si gioca la qualità della nostra democrazia.

La forza silenziosa delle nuove generazioni

Ci sono luoghi in cui si entra per parlare, e da cui si esce con qualcosa di più profondo di ciò che si pensava di trasmettere.
Il Liceo Giorgione di Castelfranco è uno di questi luoghi.

Fin dai primi minuti, è stato chiaro che non sarebbe stato un semplice incontro su Slow Food. Sarebbe diventato un dialogo vero sul futuro: quello del cibo, della terra, delle comunità e – soprattutto – delle coscienze che stanno crescendo oggi.

Entrare in una scuola significa sempre entrare in un laboratorio di futuro. Ma qui, tra sguardi attenti, domande autentiche e una partecipazione viva, si respirava qualcosa in più: la sensazione concreta che i temi di Slow Food – sostenibilità, biodiversità, sovranità alimentare – non fossero parole lontane, ma strumenti già presenti nel pensiero delle nuove generazioni.

Gli studenti e le studentesse lo hanno compreso con una lucidità sorprendente.
Nelle loro domande c’era curiosità, ma anche responsabilità. Nelle loro riflessioni si intravedeva il desiderio di non essere spettatori, ma protagonisti. Ed è proprio questo il segnale più bello: quando la consapevolezza diventa energia, e l’energia diventa possibilità di cambiamento.

C’è poi un dettaglio che rende questo luogo ancora più significativo.
Il Liceo Giorgione dedica la propria biblioteca a Giulio Regeni, e sulla targa si legge una frase semplice e potentissima: qui si studia e si impara la pace. Non è solo una dedica simbolica. È una dichiarazione di identità. È il segno che la conoscenza, quando è vera, non separa ma unisce; non chiude ma apre; non costruisce muri ma relazioni.

E in un luogo dove si impara la pace, parlare di cibo buono, pulito e giusto diventa naturale.
Perché la pace passa anche attraverso la giustizia alimentare, il rispetto della terra, la dignità del lavoro agricolo, la tutela delle comunità. Non esiste sostenibilità senza equità. Non esiste futuro senza responsabilità condivisa.

Come presidente di Slow Food Alta Marca Trevigiana, porto con me molti incontri, molte storie, molti volti. Ma alcuni momenti restano impressi con una luce particolare. Questo è uno di quelli.
Perché quando i giovani ascoltano davvero – e soprattutto quando prendono parola – significa che il seme è stato piantato. E i semi, se trovano terreno fertile, sanno fare miracoli silenziosi.

Uscendo dalla scuola, resta una convinzione semplice ma potente:
il cambiamento non arriverà tutto insieme, né dall’alto. Arriverà passo dopo passo, scelta dopo scelta, coscienza dopo coscienza. Arriverà anche da aule come queste, da domande come quelle ascoltate, da sguardi che non si accontentano.

Ed è allora che si comprende fino in fondo il senso del nostro impegno.
Slow Food non è solo un’associazione. È una comunità di persone che credono nella possibilità di un mondo più giusto a partire dal cibo. Un mondo in cui nutrirsi significhi anche prendersi cura: della terra, degli altri, del futuro.

Se due ore possono accendere una riflessione, allora vale sempre la pena esserci.
Se un dialogo può generare consapevolezza, allora quel dialogo diventa già cambiamento.
E se una scuola insegna la pace, allora il futuro – nonostante tutto – resta un luogo possibile.

Perché, in fondo, ogni volta che scegliamo cosa mangiare, scegliamo anche che mondo vogliamo abitare. 🌱

Per amore degli Alpini

Onorare gli Alpini, senza celebrare una guerra sbagliata

Il 26 gennaio si celebra la Giornata Nazionale della Memoria e del Sacrificio degli Alpini, istituita con la legge n. 44 del 5 maggio 2022.
Una data che richiama la ritirata di Russia e la battaglia di Nikolajewka del 26 gennaio 1943, una delle pagine più drammatiche della nostra storia militare.

È giusto ricordare il sacrificio di migliaia di uomini.
È doveroso onorarne la sofferenza.
Ma non tutte le date raccontano le stesse verità.

Io dissento dalla data scelta.

Mille sarebbero state le date più onorevoli per ricordarli.
Date che parlano di umanità, di ricostruzione, di servizio alla comunità.
Date che tengono insieme memoria e futuro.

Non dissento dal ricordo degli Alpini — mai.
Lo dico da figlio di un alpino, da bisnipote di un alpino decorato al valore militare.
Lo dico con rispetto, con gratitudine, con memoria viva.

Ma quella battaglia si combatté dentro una guerra di aggressione, una guerra che l’Italia non avrebbe mai dovuto combattere, una guerra voluta dal fascismo, pagata con il sangue di soldati mandati a morire senza mezzi, senza strategia, senza senso.
Una guerra che non difendeva la patria.
Una guerra che non minacciava l’Italia.
Le morti degli Alpini in Russia non sono “destino”.
Sono responsabilità politiche.
Le distruzioni, le fucilazioni, le deportazioni, le tragedie di quella stagione hanno un nome preciso: fascismo.

Eppure non possiamo dimenticare che centinaia di Alpini scelsero la Resistenza, combatterono da partigiani contro il fascismo e l’occupazione, dimostrando che il loro coraggio poteva essere messo al servizio della libertà e dell’umanità, non di una guerra ingiusta.

Ricordare gli Alpini fissando la memoria su una data di battaglia, su un atto finale di una guerra sbagliata, rischia di confondere il sacrificio degli uomini con la legittimazione della guerra che li ha travolti.
Ed è un’ingiustizia verso di loro.

Gli Alpini sono molto di più di Nikolajewka.

Sono il Friuli dopo il terremoto del 6 maggio 1976, di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario.
Sono il Vajont, l’Irpinia, la Valtellina.
Sono il fango spalato, le tende montate, il silenzio operoso accanto a chi ha perso tutto.
Sono una delle più alte espressioni di solidarietà civile che questo Paese conosca.

Il problema è che quelle date non cadevano a ridosso della Giornata della Memoria, il 27 gennaio, quando si ricorda la liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa.
E questo intreccio temporale, voluto o meno, rischia di generare ambiguità storiche e simboliche che non fanno bene né alla memoria né agli Alpini.

Ricordare significa anche scegliere come ricordare.

Onorare gli Alpini vuol dire difendere la loro dignità, non usarla.
Vuol dire separarli con chiarezza dalle responsabilità di un regime che li ha mandati a morire.
Vuol dire riconoscere che il loro valore più grande non è stato nella guerra, ma nell’umanità dimostrata dopo.

Mettere in discussione la data non significa mancare di rispetto.
Significa, al contrario, prenderli sul serio.
E continuare a dire, anche oggi, che la memoria non è mai neutrale.

Educare per non essere complici

Agire,educare

A sinistra è cinema.
Luce giusta, scena dura, violenza che pensiamo finta.

A destra c’è un bambino.
Respira. Ha paura. È reale.

Non è un film.
Non è un ricordo lontano.
È adesso.

La cosa più insopportabile non è l’orrore.
È la consapevolezza.
Lo sappiamo.
E quando si sa e si resta immobili, il silenzio prende una forma precisa:
si chiama complicità.

Io non resto fermo.
Agisco educando.
Educando allo sguardo, alla memoria, al dubbio.
Educando a riconoscere l’umanità prima delle divise, dei confini, delle paure.

Scrivo perché non voglio abituarmi.
Scrivo per non diventare neutrale davanti al dolore.
Scrivo perché restare umani non è uno slogan,
è una responsabilità quotidiana.

E oggi questa responsabilità ha un nome chiaro:
non nel nostro nome.

#ICE
#dirittiumani
#noninnostronome
#responsabilità
#restareumani

Cura non Paura

Serve una scuola più forte, più giusta, più tutelata.

La notizia di La Spezia non è una notizia come le altre. Chi lavora a scuola lo percepisce subito: non si tratta di una “tragedia imprevedibile”. È il segnale drammatico di un disagio che cresce da anni e a cui continuiamo a non dare risposte.

Come docente e rappresentante sindacale, non posso accettare che la soluzione proposta sia sempre la stessa: inasprire le pene, blindare le scuole, aumentare il controllo.

Non è così che si costruisce la sicurezza.

Chi vive quotidianamente nelle classi sa che, nei momenti di rabbia cieca di un adolescente, non esiste deterrenza. Non c’è tempo per pensare alla punizione, né per calcolare le conseguenze. C’è solo un’esplosione emotiva fatta di frustrazione, solitudine, e bisogno di riconoscimento.

Spesso questa violenza nasce proprio da qui: da modelli errati di mascolinità, dalla paura di perdere “autorità”, dall’incapacità di gestire le emozioni.

Per questo l’educazione sessuo-affettiva è un’emergenza nazionale. Non è ideologia, è vera prevenzione.

C’è però un altro tema che va affrontato con chiarezza: la tutela del personale scolastico.

Docenti, educatori e personale ATA non sono guardiani. Il nostro compito è educare, non sorvegliare come carcerieri. Eppure ci vengono affidate responsabilità enormi, lasciati soli senza risorse adeguate, e poi accusati se qualcosa va storto.

Questo è ingiusto e pericoloso.

Come denuncia la FLC CGIL, la scuola è stata progressivamente sottofinanziata, precarizzata e impoverita proprio mentre il disagio giovanile aumentava.

Non servono metal detector, né classifiche di “scuole a rischio”. Serve un grande piano di investimenti.

Durante la campagna elettorale, questo è stato uno dei punti centrali del mio impegno e continuerà a esserlo: più risorse per la scuola pubblica per affrontare il disagio giovanile.

Perché la sicurezza non nasce dalla repressione, ma dall’educazione, dalla cura e dalla responsabilità collettiva.

Questa è la battaglia che continuerò a portare avanti, dentro le istituzioni.

Incontro con il SUNIA

Prima di chiudere questo percorso di incontri con molti cittadini, rappresentanti di categoria, sindaci, vorrei raccontarvi anche quello che ho avuto diversi giorni orsono con la Segretaria Provinciale del SUNIA la Dottoressa Deborah Marcon, rappresentante locale del Sindacato che porta avanti le istanze degli affittuari, ma anche di molti piccoli proprietari di immobili della propria abitazione.
Mi ero incuriosito dalla riduzione nella nostra provincia degli sfratti nel 2024 rispetto agli anni precedenti, nonostante sia quasi costante il numero delle richieste di sfatto nello stesso periodo di confronto.
Sono partito da quella apparente incongruenza e mi è stato dipinto un quadro desolante per un diritto essenziale come la casa. Desolante sia per l’inerzia istituzionale ad affrontare le situazioni di difficoltà, sia per dare una prospettiva concreta a quanti vogliono uscire dal nucleo famigliare, ma non hanno le risorse per farlo.

I dati, mi viene fatto notare, ci mostrano un mercato segnato dalla mancanza di risorse per sostenere l’edilizia pubblica e di idee per riattivare il privato. Un mondo pubblico fatto di regole di accesso che sono concepite esclusivamente per affrontare i casi disperati dove riesce (forse) ad ottenere un alloggio chi è già arrivato al fondo e non di programmazione. Un mondo privato fatto di riduzione delle esecuzioni di sfratto in quanto sono sempre meno i proprietari che riescono ad arrivare in fondo, e solo in quel momento si attivano (forse) le situazioni di assegnazione in emergenza abitativa superando la graduatoria. Le situazioni che danno maggiore punteggio, infatti, sono non avere abitazione per più di un anno o avere uno sfratto esecutivo, il che vuol dire che la “premialità” delle poche case a disposizione va non a chi vuole salvarsi, ma a chi è già a terra. Colmare il buco lasciato vuoto tra tutelare l’interesse del proprietario e il diritto alla casa dell’inquilino è lasciato alle buone intenzioni dei comuni.
Mancano completamente progetti che consentano di aumentare l’offerta pubblica ed anche di affrontare le richieste delle categorie dei proprietari di casa: sembra che il tema alla politica veneta non interessi, non lo voglia affrontare oppure non sia in grado di affrontarlo.

Un dato per tutti mi ha fatto capire il nostro limite: la media italiana di pubbliche abitazioni è al 4% ma in Veneto siamo al 3,4%. In Francia sono oltre il 35%.
La Segretaria mi ha raccontato che la proposta SUNIA è quella di investire almeno l’1% del PIL regionale per le case popolari. Proposta che non ha finora mai trovato occasione di venir rappresentata in Regione e questo è inconcepibile: c’è tempo per decine di tagli di nastro al giorno, ma non per affrontare un diritto fondamentale dell’uomo.
La legge regionale per le case popolari stessa, inoltre, presenta degli aspetti punitivi, rigidità e storture che complica la sua applicazione, facendo ricadere i costi del mantenimento delle abitazioni su chi ha sbagliato o su chi ha problemi oggettivi.
Ho capito che nella stagnazione generalizzata dei redditi, il problema casa e degli affitti fa aumentare e portare ad una ulteriore difficoltà i Comuni che cercano di aiutare i cittadini che decidono di chiedere aiuto.
Mi ha stupito poi apprendere che oltre al sottoscritto, nessuno sia andato al SUNIA a chiedere chiarimenti, conoscere, confrontarsi, proporre qualcosa visto che si candida a governare il Veneto.
L’impegno che faccio qui, ma che ho detto anche alla Segretaria è che continuerò ad essere presente sul tema, a seguire le proposte degli inquilini ed ascoltare le loro richieste. Il Veneto, con la sua ricchezza e capacità di fare, potrebbe tranquillamente dare risposte a tutti coloro che chiedono aiuto. Ed io continuerò ad esserci: il mio primo impegno sarà quello di far aumentare i fondi per l’edilizia pubblica ed arrivare a presentare la proposta SUNIA dell’1% del PIL in investimenti.
Ringrazio Deborah Marcon per l’immediata disponibilità all’incontro.

Colloquio ed impegni con il mondo veterinario

Ieri ho avuto l’opportunità di avere una conversazione con la Presidente dell’Ordine dei Veterinari della Provincia di Treviso la Dottoressa Alessia Grassigli in merito alle situazioni che il mondo veterinario deve affrontare. Ho chiesto l’incontro perché volevo confrontarmi sui temi che riguardano gli animali da macellazione e le strutture che sono sempre meno anche nella nostra zona.


Invece la Presidente ha colto l’occasione per chiedermi un impegno su:

  • Aiutare i Comuni che hanno l’obbligo di raccogliere i gatti e gli altri animali randagi sul territorio obbligando tutti i proprietari a munirli di microchip fin dalla nascita: il riconoscimento degli animali da compagnia farebbe diminuire la spesa pubblica di gestione e cura dei randagi da parte dei comuni e delle ASL
  • Favorire l’aumento del numero dei medici veterinari dipendenti pubblici al fine di garantire ancora più sicurezza ai prodotti alimentari di origine animale, dal latte, allo yogurt, alla carne, alle uova ed anche al miele.
  • Attivare un maggior controllo degli insetti vettori portatori di malattie, ad esempio west Nile disease, mortale nell’uomo come avvenuto l’anno scorso in Veneto, che colpisce gli ovi caprini ed è sempre trasmessa da insetti vettori.
  • Bisogna fornire risorse affinché aumentino i controlli contro le malattie nei nostri allevamenti, ad esempio la peste suina che minaccia la produzione del prosciutto di Montagnana portando danni economici importanti. Si tratta di una malattia innocua per l’uomo ma altamente contagiosa e mortale per i suini e i cinghiali. Animali che sono molto presenti nel territorio sia dell’Alto Trevigiano sia del Bellunese sia in tutti i colli veneti. Lo spostamento di questi animali potrebbe contribuire a far diffondere la malattia
  • Serve prevenzione e controllo degli eventuali focolai di influenza aviaria una malattia mortale per i polli: maggiori fondi per la prevenzione dell’influenza che porta all’eliminazione dei capi presenti in allevamento ed è trasmissibile all ‘uomo. Sebbene la nostra provincia non sia al livello di quella di Verona (quella con maggior produzione di polli d’Europa) nel trevigiano gli allevamenti sono parecchi.
    L’impegno che ho promesso a conclusione del colloquio è quello di presidiare questi temi e fornire risposte concrete alle richieste e suggerimenti che mi sono pervenuti. Mi occupo di cibo ed alimentazione, perseguo la filosofia di un cibo sano, pulito e giusto. Questi obiettivi ben si coniugano con la cura ed il benessere degli animali, affinché vivano in ambienti puliti e rispettosi delle normative; affinché non soffrano in quanto è provato che oltre alla barbarie dell’uomo che fa soffrire gli animali in certi allevamenti, gli stessi daranno un prodotto qualitativamente peggiore per l’alimentazione.
    Ringrazio la Dottoressa Grassigli e mi impegno a stare al fianco dei veterinari pubblici e privati.

STRAPPANO I MIEI MANIFESTI PERCHÉ NON SANNO AFFRONTARE LE MIE IDEE.

Oggi ho trovato quasi tutti i miei manifesti asportati.
Non è un caso. È un metodo.
È il modo in cui certa politica — incapace di guardare le persone negli occhi — prova a zittire chi parla di diritti, legalità, dignità e giustizia sociale.

Chi fa queste cose non è forte: è debole, è spaventato, è allergico al confronto.
Io no. Io ci metto la faccia, sempre.
Loro, invece, strappano la carta di notte. È questa la differenza tra chi crede nella democrazia e chi la usa solo quando fa comodo.

Ma c’è una cosa che chi ha compiuto questo gesto dovrebbe sapere:
👉 si può strappare un manifesto, non un’idea.
👉 Si può coprire una foto, non il coraggio di parlare chiaro.
Io continuerò a stare tra le persone, nei mercati, nelle piazze, nei paesi di questa terra che amo.
E più proveranno a cancellarmi, più sarò presente.

Perché il Veneto che voglio costruire è quello delle regole, del rispetto, del lavoro vero e della democrazia, non delle scorciatoie vigliacche.
Ad ogni modo denunceremo il fatto all’autorità giudiziaria competente

Alberghiero di Possagno: la mia scuola e quelle della Pedemontana devono continuare ad esistere. Il mio impegno.

COMUNICATO STAMPA
a cura di: Omar Lapecia Bis

Sono figlio della storica scuola alberghiera di Possagno, un’istituzione formativa che ha cresciuto centinaia di giovani oggi affermati nel settore della ristorazione e della formazione. Oggi questa scuola, simbolo di un patrimonio culturale e sociale prezioso della nostra Pedemontana del Grappa, rischia di essere definitivamente chiusa.
La situazione degli istituti secondari superiori di secondo grado nella Pedemontana è drammatica e inaccettabile.
Non esistono più scuole superiori adeguate sul nostro territorio e i nostri studenti sono costretti a migrare verso Montebelluna o Bassano per poter continuare gli studi.

L’orientamento scolastico si basa solo sulla capacità delle famiglie di sostenere gli spostamenti, ignorando completamente le attitudini, il talento e i progetti di vita delle nostre ragazze e ragazzi.

Questa è la realtà di un abbandono profondo e sistemico della nostra terra da parte delle istituzioni regionali, che hanno ridotto al silenzio una comunità intera e stanno cancellando un pezzo fondamentale del nostro futuro.
Io mi impegno a cambiare questa situazione, a portare la voce della Pedemontana, delle sue scuole e dei suoi giovani all’interno del Consiglio regionale. Difenderò con determinazione il diritto all’istruzione sul nostro territorio e il valore della nostra tradizione formativa, perché non si può permettere che un patrimonio così importante venga disperso nell’indifferenza.
Omar Lapecia Bis detto”Omar”
Candidato al consiglio regionale del Veneto lista PD Manildo Presidente

Omar Lapecia Bis detto”Omar”
Candidato al Consiglio Regionale del Veneto lista PD – Manildo Presidente